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Si scrive caporalato, si legge schiavitù

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Quando si ha un disperato bisogno di lavorare a qualsiasi condizione e con qualsiasi paga, o quando si arriva in Italia senza possedere nulla e senza conoscere il significato del termine tutela, si rischia di finire nella rete criminale che affligge il settore agricolo e sfrutta gli ultimi con condizioni di lavoro disumane. Questa forma di abuso si chiama caporalato.

caporalato

Soprattutto nei campi del Mezzogiorno, i caporali mettono in contatto gente bisognosa e datori di lavoro alla ricerca di manodopera a basso costo, guadagnando percentuali su gente tanto disperata da non pretendere alcun diritto.

Dietro il caporalato ci sono braccianti e operai agricoli, spesso extracomunitari, ma non solo, costretti a lavorare fino a 14 ore al giorno per 20 euro, senza viveri, senza sicurezza, per una vita in baraccopoli fatiscenti e senza igiene.

Il caporalato non è solo lavoro “nero”, è la forma di schiavitù di questo secolo.

Diverse sono le iniziative e le realtà impegnate su queste problematiche; in particolare, il progetto “La Puglia non Tratta 6”, finanziato dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri e promosso dalla Regione Puglia, si avvale di una rete di qualificati Enti del Terzo Settore e di importanti partner istituzionali, tra i quali il Comune di Bari, per contrastare i fenomeni della tratta, dello sfruttamento e del caporalato.

Presso il Centro Polifunzionale per il contrasto alla povertà estrema “Area 51”, finanziato dall’Assessorato al Welfare del Comune di Bari, è peraltro attivo uno “Sportello Antitratta”, rivolto a persone vittime di sfruttamento e caporalato, in favore delle quali sono attivate le necessarie misure di tutela e di presa in carico, anche in collaborazione con le altre realtà regionali e nazionali impegnate nel settore.

Puoi scoprire le altre campagne di sensibilizzazione UdS nella sezione Rubriche di Welfare Post.

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